Donna nigeriana che vive in Italia riabbraccia suo figlio dopo 15 anni. Ma il merito è dell’UE

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E’ servita una sentenza pilota per consentire ad una madre di riabbracciare suo figlio.

Una donna nigeriana, emigrata in Italia ormai 15 anni fa, ha potuto stringere di nuovo tra le braccia il suo amato figlio, che era trattenuto in Libia.

Tutto ciò è stato possibile non grazie alla legge italiana, dato che il recente decreto sicurezza ha praticamente eliminato il permesso umanitario, ma grazie alla medesima misura imposta dall’Unione Europea, e consentita solo in alcuni casi particolari.

Un paio di anni fa la donna – che vive in Piemonte con un regolare permesso di soggiorno ed è seguita dai servizi sociali – si è rivolta all’associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (ASGI) per spiegare la situazione del proprio figlio allora 15enne, di nome Steven, che aveva dovuto lasciare quando aveva soltanto due anni e che non riusciva più a sentire da tre mesi.

La povera madre ha rivelato che il figlio si trovava in Libia e aveva problemi di salute.

A quel punto l’associazione si è subito attivata e ha avviato una causa strategica. Ne è venuto fuori che Steven, all’età di 14 anni, è stato ricattato da alcuni gruppi armati che volevano imporgli l’affiliazione per proseguire gli studi.

E’ proprio in quel periodo che il giovane ha deciso di raggiungere la mamma, che si trovava appunto in Italia. Ma l’arrivo in Libia dalla Nigeria è stato complicatissimo per Steven, che ha provato due volte ad imbarcarsi su un gommone ma in entrambi i casi è stato bloccato dalla guardia costiera libica.

La donna ha smosso mari e monti per suo figlio.

L’organizzazione delle Nazioni unite per le migrazioni (OIM) ha rintracciato Steven in Libia, ma sono serviti mesi per certificare la parentela (il ragazzo non aveva alcun documento, ndr).

“Abbiamo ragionato sul fatto che l’Unione europea, tramite il codice Schengen, autorizza in rari casi la protezione umanitaria per situazioni così particolari – spiega l’avvocato Maurizio Veglio, dell’Asgi, al quotidiano “La Repubblica” – La corte di giustizia europea ha anche detto che non c’è obbligo per gli Stati di concedere questi permessi. E noi abbiamo puntato alla discrezionalità”.

Alla fine il giudice ha dato ragione all’associazione e la donna ha potuto abbracciare suo figlio Steven.

Il ragazzo è stato anche operato alla gamba, dove aveva subito una brutta frattura.

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Roberto
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Autore esperto di immigrazione, stranieri e di tematiche relative alla cittadinanza

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