Silvia Romano e la conversione all’Islam: “Ho scelto liberamente”

La liberazione di Silvia Romano, la cooperante rapita in Kenya il 20 novembre del 2018, è senza dubbio una delle notizie più belle in questo 2020 dove l’Italia ha dovuto fronteggiare una colossale emergenza come quella relativa alla pandemia di coronavirus.

Diciotto mesi di prigionia per Silvia Romano, atterrata all’aeroporto di Ciampino alle 14 di ieri, domenica 10 maggio, in apparenti buone condizioni di salute fisica e mentale, come ha confermato lei stessa ai media.

Tuttavia, non sono mancate le polemiche in merito al presunto riscatto pagato dal Governo per riavere indietro la cooperante (si parla di 4 milioni di euro, ma non ci sono conferme) e anche per la veste indossata da Silvia Romano al momento del suo sbarco, una jilbab, abito tipico delle donne islamiche. 

Sì, perchè nel periodo di detenzione la Romano si è convertita all’Islam, come confermato dalla stessa cooperante. Convertita “liberamente”, ha precisato Silvia, proprio a voler ribadire come fosse una scelta personale e non dettata da soprusi o abusi dei suoi carcerieri.

La Romano ha inoltre detto che i rapitori, appartenenti al gruppo di terroristi islamici Al Shabaab (affiliati ad Al Qaeda, ndr), l’hanno “trattata bene” e non le hanno inferto violenze fisiche o psicologiche.

Leggevo il Corano, pregavo. La mia riflessione è stata lunga e alla fine è diventata una decisione”, ha detto Silvia, che ha rivelato di chiamarsi ora “Aisha“.

Servirà del tempo per capire se nella sua scelta hanno influito o meno pressioni psicologiche dei rapitori, ma ciò che conta è che la 25enne sia finalmente a casa.

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Roberto
Roberto
Autore esperto di immigrazione, stranieri e di tematiche relative alla cittadinanza

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