Regolarizzazione, Mumolo (Avvocato di Strada): “Tante criticità, ma lottiamo per risolverle”

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La regolarizzazione del lavoro nero non ha prodotto esattamente i risultati sperati. Certo, essere riusciti a regolarizzare più di 200.000 lavoratori stranieri è ovviamente un buon segnale, ma gli obiettivi del governo Conte e soprattutto della Ministra per le Politiche Agricole erano più ambiziosi.

L’esecutivo giallorosso puntata ad arrivare a quota 600.000 domande, ed è evidente che se non si sono raggiunte queste cifre qualche problema nella procedura c’è stato, ed è giusto tenerne conto. In più, l’85% delle domande pervenute al Viminale rientrano nel settore domestico: sono molto poche, invece, le domande inoltrate dai braccianti agricoli, un settore dove continuano a dominare sfruttamento e caporalato.

Antonio Mumolo, presidente dell’associazione Avvocato di Strada, ha affrontato in una nota le varie criticità che hanno interessato la sanatoria.

“Innanzitutto, la norma non è estesa a tutti i settori dell’economia, il che dà minor respiro alle entrate contributive del paese – spiega Mumolo -E poi, il testo dà la possibilità al datore di lavoro scorretto di aggirare la legge. Per questo stiamo avviando delle cause pilota, per permettere a chi è rimasto senza contratto di denunciare situazioni di sfruttamento”.

Mumolo si sofferma proprio sull’agricoltura, il settore da salvare dopo la chiusura delle frontiere a causa della pandemia. Sul settore agricolo era stata basata la misura introdotta nell’ultimo Decreto Rilancio, ma non si è tenuto conto di un fattore importante.

Nel settore domestico i datori di lavoro, ovvero le famiglie, non vedevano l’ora di regolarizzare colf e badanti per avere in casa persone con permesso di soggiorno e un contratto regolare. Tutto il contrario di ciò che invece avviene in agricoltura.

“Ci sono imprenditori onesti e altri disonesti, e regolarizzare dal punto di vista economico non conviene – chiarisce Mumolo – Molti braccianti lavorano in nero 12 ore al giorno, sono pagati pochissimo, senza diritti, senza ferie né malattie… Avere un lavoratore senza documenti significa avere a disposizione uno schiavo, e a molti fa comodo così”.

Secondo Mumolo, nell’articolo 103 del Decreto non bisognava scrivere che i datori di lavoro “possono presentare istanza” di regolarizzazione, ma andava imposto il “devono”.

“In questo modo si presta il fianco a una interpretazione di comodo, che molti datori di lavoro disonesti stanno utilizzando per non regolarizzare”, aggiunge il presidente di Avvocato di Strada.

L’associazione sta provando a fare causa ai datori di lavoro che non intendono regolarizzare i loro dipendenti in possesso dei requisiti. “Per una persona senza documenti è molto difficile decidere di denunciare: c’è la paura di esporsi, di perdere il lavoro, di presentarsi davanti a un giudice senza permesso di soggiorno. Ma nel momento in cui avessimo una sentenza positiva – conclude Mumolo – migliaia di lavoratori potrebbero giovarne”.

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Roberto
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Autore esperto di immigrazione, stranieri e di tematiche relative alla cittadinanza

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