Regolarizzazione, l’88% delle domande è dei lavoratori domestici. Nessuna “spallata” al caporalato nei campi

Il report reso noto dal Viminale sulle domande di regolarizzazione ha mostrato come le richieste stiano aumentando notevolmente. Al 30 giugno le domande hanno superato quota 80.000, con il trend destinato a crescere nei prossimi giorni.

Tuttavia, in molti hanno fatto notare come l’obiettivo principale della regolarizzazione non sia stato raggiunto. La misura, introdotta nell’ultimo DL Rilancio, era stata fortemente voluta dal ministro per le Politiche Agricole, Teresa Bellanova, con lo scopo di far emergere dal lavoro nero migliaia e migliaia di braccianti agricoli, abbattendo di fatto una piaga come il caporalato. Inoltre, con la regolarizzazione il settore agricolo avrebbe potuto mantenersi in piedi dopo lo “tsunami” coronavirus.

Ma se andiamo a guardare nel dettaglio i dati relativi alle domande presentate, ci accorgiamo facilmente che l’88% delle richieste proviene dai lavoratori domestici. In tutto sono 61.411, con 44.178 collaboratori familiari. I lavoratori che prestano assistenza a persone non autosufficienti, con patologie o handicap, sono invece 17.233.

E per quanto riguarda invece agricoltura e pesca? Il dato è impietoso: in un mese le domande sono appena 8.310. Una cifra molto lontana da quanto auspicato dalla Bellanova e dal governo Conte: ad oggi, solo una piccola parte dei braccianti agricoli è riuscita ad ottenere la regolarizzazione.

Ma come mai questo “flop”? Stando a quanto affermato da diversi legali il problema principale è che i datori di lavoro non hanno alcuna intenzione di regolarizzare i propri dipendenti. Lo spiega al quotidiano Fanpage anche Ludovica Di Paolo Antonio, avvocato dell’associazione di volontari Baobab Experience, che sottolinea come spesso ai migranti vengano chieste cifre spropositate per procedere alla regolarizzazione.

“Se veramente si voleva fare qualcosaa per tutelare i diritti umani, i diritti dei lavoratori, bisognava andare nei ghetti dove ci sono centinaia e centinaia di persone che alla luce del sole lavorano in condizioni disumane dormendo in capannoni di latta, nelle tende o sul prato – dice l’avvocato – Bisognava mandare degli inviati del comune e delle questure dai caporali a dire: c’è la possibilità di fare una sanatoria, devi fare questo e quest’altro o tra una settimana ti arrestiamo e ti chiudiamo il campo”.

Inoltre, come evidenziato spesso anche da noi, tantissimi lavoratori non riescono a dimostrare di aver lavorato prima di ottobre 2019, proprio perchè non hanno mai avuto lo straccio di un contratto. Una difficoltà gigantesca che porta molti braccianti a rinunciare alla domanda.

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Roberto
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Autore esperto di immigrazione, stranieri e di tematiche relative alla cittadinanza

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