Politica immigrazione del Canada nell’era di Trump

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Canada, la politica sugli immigrati non cambia

Nonostante la strage in moschea e le restrizioni operatore dagli Usa, il governo canadese tiene ancora aperte le frontiere anche ai cittadini dei Paesi banditi da Trump

Chi pensava che la recente strage di sei cittadini musulmani in una moschea a Quebec City da parte di un giovane canadese fanatico della Destra avrebbe potuto cambiare qualcosa nella politica di accoglienza degli immigrati e in particolare dei profughi da parte del Canada si è sbagliato. Anzi, il governo canadese ha deciso di rilasciare permessi di soggiorno temporanei ai cittadini delle sette nazioni musulmane inserite nel decreto americano di mancata accoglienza firmato dal neo presidente Trump e che rimarranno bloccati in Canada.

L’annuncio è stato dato ufficialmente nelle ultime ore dal ministro dell’Immigrazione canadese, Ahmed Hussen: “Voglio rassicurare le persone che saranno bloccate in Canada – ha confermato il titolare di uno dei dicasteri più delicati – che userò la mia autorità per concedere loro un permesso di soggiorno temporaneo, se necessario, come abbiamo fatto in passato”.

Inoltre è stato anche confermato che nulla cambia nei rapporti tra Usa e Canada sulla libera circolazione perché il decreto con il quale è stato bloccato l’ingresso negli Stati Uniti ai cittadini di Siria, Libia, Somalia, Iraq, Iran, Sudan e Yemen non è applicato ai cittadini canadesi con la doppia nazionalità di uno di questi Paesi.

Si tratta complessivamente di oltre 35.000 cittadini canadesi che hanno anche la nazionalità di uno dei sette Paesi in questione e tra questi c’è proprio il neo ministro dell’Immigrazione, Hussen, somalo di nascita. Infatti è arrivato in Canada nel 1993 dopo un lungo viaggio affrontato da solo dal suo Paese d’origine. Ora però, nominato come ministro a metà gennaio 2017 al posto di John McCallum, ha dichiarato di sentirsi profondamente canadese, pur non rinnegando le sue origini.

E nei piani del governo Trudeau c’è anche quello di far salire fino a 300 mila entro la fine del 2017 il numero degli immigrati presenti sul territorio nazionale, la maggior parte dei quali accolti per motivi economici e non rifugiati politici. Il premier canadese, a precisa domanda sui nuovi rapporti con gli Stati Uniti dopo l’elezione di Donald Trump ha spiegato di voler sempre e comunque difendere le cause nelle quali crede anche perché l’immigrazione rappresenta un punto di forza per il Canada.

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Webmaster ed esperto in diritto immigrazione

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